| Solo dal senso civico un futuro anche per Rosarno |
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| martedì 19 gennaio 2010 | |
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18-10-2010 La Nazione ha pubblicato un intervento di Alessandro Lampugnale che, con il consenso dell'autore, rilanciamo anche dal nostro sito. Avvolto dall'intenso odore della zagara, i fiori dell'arancio, arrivai a Rosarno circa 38 anni or sono, come tutta la mia famiglia al seguito di mio padre, destinato a comandare i Carabinieri di quella cittadina. Gli agrumeti li chiamavano e li chiamano “giardini”, estesi a perdita d'occhio, ordinati e senza erbacce. Il babbo, in casa, non parlava mai di lavoro ma, abitando in caserma, qualcosa udivo, filtrava, capivo. Chiedevo e, in giro, vedevo. Vedevo i furgoni stipati di gente per la raccolta delle arance. Sentivo che venivano reclutati dappertutto in Calabria, pagati poco e al nero. Sapevo che spesso dormivano in gruppi tra gli aranceti, accampati. Li reclutavano e gestivano i “capi bastone”, i così chiamati capi locali della 'ntrangheta. Sentivo che li maltrattavano spesso, ma parlando con dei miei coetanei calabresi (i pochi di “rango” che mi si avvicinavano a “causa” di mio padre) udivo talvolta dire che “loro”, i mafiosi, aiutavano la gente a trovare lavoro e li proteggevano. Mi ricordo benissimo uno che disse: “loro sono buoni”. Una sera lo riferii a mio padre, da ingenuo 14enne, al comandante dei CC, e ci mancò poco dall’essere polverizzato! Sentii chiaramente dire, tra mio padre ed un collega, che i “capi bastone” fermavano il lavoro dei raccoglitori a chi non pagava o a chi doveva essere punito. Rosarno d'allora aveva quasi tutti i cartelli stradali forati da pallottole, e mi dicono anche oggi. Una sera, fummo invitati a cena da un imprenditore del posto, chiedendo notizie del quale, un po' di tempo dopo, seppi che era “stato sparato”. Non capivo perché mio padre, diversamente da quando abitavamo a Montopoli in Val d'Arno, non voleva che dicessi niente a nessuno e che stessi “attento”, ma non capivo. Prima ci rimandò in Toscana e, poi, ottenne di essere trasferito a Reggio Calabria dove lo raggiungemmo, passando alcuni anni prima d'essere destinati a Collesalvetti. Vedere questa cittadina ora, alla ribalta, mi porta a riflettere che è cambiata solo la razza dei raccoglitori, ma non il resto, lo sfruttamento, il degrado, il lavoro nero. E la complicità dell'indifferenza di troppi rosarnesi, mi dispiace. Sento dire che “lo Stato non c'è”, ma lo Stato siamo noi. A Rosarno, la prima parte dello Stato “assente” è la municipalità eletta dai cittadini, municipalità sciolta dal Viminale per infiltrazione mafiosa. Mafiosi noti anche prima (non tutti), ma eletti, forse anche da quei miei coetanei che li definivano “buoni”. No, non c'entra niente il razzismo a Rosarno. E' la coscienza civica, per prima, a mancare. Peccato per quei “giardini” e per quel meraviglioso profumo di zagara. Alessandro Lampugnale Consulente in strategia d’impresa e nello sviluppo dei potenziali umani |
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